/ Maggio 19, 2020/ CittàDEM - La Newsletter del PD di Pordenone, Segreteria

Il 15 maggio del 1970 la Camera dei Deputati approvava con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti e liberali) e dei repubblicani lo Statuto dei Lavoratori. Dopo pochi giorni, il 20 maggio, lo Statuto diventava legge dello Stato (L. n. 300/70).

Msi, Pci e Psiup si erano astenuti: in particolare il Pci, pur essendo favorevole allo spirito della norma ed avendo contribuito alla sua costruzione, lamentava la mancanza di tutele per i lavoratori delle imprese più piccole, quelle con meno di 15 dipendenti.

La Cgil, con il suo segretario Giuseppe Di Vittorio, già al congresso di Napoli del 1952 aveva proposto l’approvazione di uno Statuto con il fine di “portare la Costituzione nelle fabbriche” e di rendere così effettivi tutti quei principi di libertà in materia di lavoro previsti dalla Carta ma rimasti, secondo la forza sindacale, in sostanza inapplicati.

La proposta di Di Vittorio fu raccolta nel 1969 dal ministro del Lavoro, il socialista Giacomo Brodolini, che da quel sindacato proveniva e dal giuslavorista Gino Giugni, a capo della commissione che redigerà il resto.

L’entrata in vigore dello Statuto rappresentava un momento di svolta importantissimo nell’allora giovane democrazia italiana, introducendo tutele fino a quel momento impensabili.

Dalla libertà d’opinione del lavoratore, che non poteva più essere discriminato o licenziato per il suo credo politico o religioso, al divieto per il datore di lavoro di ricorrere all’uso di impianti audiovisivi per controllare l’attività dei dipendenti; dal riconoscimento delle tutele e agibilità sindacali per poter svolgere la funzione di rappresentanza dei lavoratori senza essere oggetto di discriminazioni alle 40 ore settimanali; dal diritto all’assemblea retribuita nelle aziende all’introduzione del licenziamento ingiustificato. Infine, allo scopo di rendere effettivi tali diritti, la garanzia della stabilità del posto di lavoro, disponendo le tutele accordate al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo (art. 18).

Una serie di norme che rappresentava un grande passo in avanti per l’Italia dell’epoca, in cui i rapporti di lavoro erano nettamente sbilanciati a favore della parte forte del rapporto di lavoro, quella datoriale.

Oggi, cinquant’anni dopo, assume fondamentale importanza comprendere quanto sia ancora attuale lo Statuto. I cambiamenti epocali – rivoluzione digitale, globalizzazione, nuovi mercati, precarietà – che, in questi decenni, hanno stravolto il mondo del lavoro sono sotto gli occhi di tutti.

Si pensi al tema dei lavori non regolamentati (es. riders), alle partite iva (molto spesso fittizie) e a tutti coloro che oggi, per costruire un reddito dignitoso, non possono ambire a diventare lavoratori dipendenti semplicemente perché l’offerta di lavoro è molto inferiore rispetto a prima.

Si tratta di problematiche enormi la cui soluzione ad oggi sembra piuttosto intricata. C’è però un insegnamento che lo Statuto dei Lavoratori ci ha fornito e di cui qualsiasi futura riforma dovrebbe tenere conto: il cittadino, anche quando si trova sul posto di lavoro, non deve mai rinunciare in toto ai propri diritti e alla propria libertà.

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